Poems



Rodica Draghincescu
Una spingere


(titolo originale « Je pousse », traduzione di Andrea Galli)

carne lacerata disabitata fu il primo giorno
che malgrado guardando senza riconoscermi l’ho trasformata
in una valle e quello fu il secondo giorno
e il suo tramonto fu il sermone per un dopodomani
mentre alzandosi dalla carne cadde
e non ci fu più amore
una specie di lombrico il terzo giorno
aspettando in penombra una
specie di pesciolino col destino d’essere pescato
come un seme previsto per la duplicazione
ma in questo anfratto senza acqua non ha più trovato il suo corpo
è diventato la parte di un morto
e la grande vita cominciò il quarto giorno
tutto ciò che fu vissuto venne condannato ad avere un futuro da trascorrere
il serpente ripulito e propizio al presente
io no non avrò non avevo non ho non sono
non sarò non ero non sarei stata
non sarei non fui non sono
cocchiere carretta nelle ossa e nel sangue
ho gridato e chiamato al rovescio
non sarò più schiava addizione io+io
non sarò più il nero del giorno
il giorno nero in me
non lascerò delle tracce per ripararmi
ho gridato e chiamato in avanti
io non sono il tuo contrario di me
contrada sanguinante esteriore al di fuori di me
io non voglio continuare la mia nascita
io sono l’immolazione del sacrificio
l’offerta simile al mio viso e
l’assomiglianza di me stessa
nulla se non un poco più che
il dolore di venire al mondo
poco più/ancora la pietà d’un consiglio
o di un linguaggio consigliato:
dio bambini!
in me si trova e non si trova la porta
perché io possa entrarci e dire “no!”
non mi chiamerò mai “donna mamma”
e questo non fu il quinto giorno d’alleluia
prima stagione arrivata schiavitù d’autunno
e non scrive più salvati volta la testa
vattene corri dietro a te stessa
come i lui dietro a i lei sempre due per l’addomesticazione
e in questo tempo la scrittura scriveva ai cuori e alle mani
non ancora ai piedi lo farà più tardi tutta sfogata dalla marcia d’Eva
verso i frutti intriganti del cuore e delle mani che si cercheranno
gli uni con gli altri partorendo se stessi e
portando se stessi e tutto il rumore diventerà il suo nome
e perché questo “perché?” perché luilei si sono uniti
(più ferocemente che tutte le belve delle praterie
il cui vento si restringe per tracciare i suoi domani)
si sono uniti contro il tutto-e-niente-niente
perché non era piovuto né era caldo né era freddo
il lombrico si riproduce nella forma delle forme amen
nel luogo dove non c’era che una piccola entità ed era meno
che una prova di una vita indisposta
una carne d’erba incolore lo tutela e lo tutelerà dalla morte
di fronte a tutto ciò che non esisteva con se stesso
a causa del conflitto amen
sotto il potere la cui parola ha voluto amen
che fu detto e scritto un po’ più differentemente
ecco hai freddo o bruci alleluia
o sei il mostro di te stesso
io? io ero abbandonata alla fine della fiera
un eco dopo aver mangiato alleluia
di me stessa con me stessa questo morso
e a questa ferita a sinistra e a destra
sono cresciute le mani il settimo giorno amen
salvati ricominciati scappa dappertutto
non fermarti distruggi te stesso per distruggere
la presenza vissuta da luilei
tu sei – tu sei stato – la parola arriverà
al settimo giorno la parala mi divaricherà
tu sei – tu sei stato – il grido arriverà
questo grido di nulla e nessuno che non avrà scampo
dà degli ordini numerati
partorirai il tuo nome
partorirai il tuo sangue
la scrittura in immagini
cacciatore serpente cervo
sacrifici dai seni sporchi spingo






 

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